La Strada dei Sogni
Siamo Campioni del Mondo, Campioni del Mondo, Campioni del Mondo, Campioni del Mondo… abbracciamoci forte e vogliamoci tanto bene… perché abbiamo vinto, abbiamo vinto tutti stasera…
Per quei 24 milioni (tra i quali purtroppo anch’io) che hanno seguito la finale sugli schermi Rai, queste parole diranno poco. Eppure la travolgente telecronaca di Fabio Caressa su Sky (una vera icona per i giornalisti sportivi del futuro… come me…) riesce a trasmettere emozioni indicibili anche a distanza di ore, giorni, e probabilmente anche mesi se non anni…
Siamo tornati sul tetto del mondo, e po’ mi fa rabbia se ripenso al fatto che prima dei mondiali volevo andare a scommettere alla SNAI e con soli 9 euro ne avrei vinti quasi 100… vabbè, chi se ne frega, i soldi nella vita non sono tutto… e la dimostrazione ve la posso dare ora raccontandovi una cosa che vi lascerà impietriti, perché non ci credereste mai. Eppure è tutto vero.
Domenica 3 febbraio 2001 al San Biagio si giocava Gubbio-Chieti. I rossoblu navigavano in brutte acque (si salveranno solo alla penultima giornata), i teatini volavano alti in testa anche se alla fine perderanno il duello con i cugini del Lanciano (ma saliranno comunque in C1 grazie
ai play-off). Quel giorno al San Biagio fu partita vera, una di quelle per cuori forti. Se le diedero di santa ragione, nessuno risparmiò una goccia di sudore.
Io ero allo stadio in veste di inviato (bei tempi quelli!) di TuttoSport. Come sempre a fine gara tornai a casa e scrissi l’articolo che il mattino seguente sarebbe uscito sulla pagina della C2 e che tutta Italia, da Aosta a Pantelleria, avrebbe poi potuto leggere. Ricordo benissimo: era l’articolo principale, data l’importanza della gara. Una bella soddisfazione, direte voi, quando si hanno 16 anni e 3 mesi…
Il Chieti, superiore per qualità e forza fisica, vinse per 1-0, trascinato da un giovanotto che indossava la maglia dei campioni, quella con il 10 sulle spalle. Giocava trequartista, ma gli piaceva decentrarsi sulla sinistra e andare al cross. Di lì a poco avrebbe fatto il grande salto, anche se in pochi prevedevano per lui un futuro di prima grandezza.
Cinque anni dopo, quel calciatore al quale rifilai un 6,5 nelle pagelle finali ha avuto sul suo
piede sinistro il pallone in assoluto più pesante per la carriera di un giocatore. Tanto per scrollarsi di dosso la tensione aveva pensato bene di farsi prima una scorrazzata nella difesa australiana e prendere un rigore che alla fine risulterà decisivo e determinante per un’intera generazione. La nostra. E non contento, ad una manciata di secondi dalla fine di un’epica semifinale giocata nella tana del nemico aveva pensato bene di spedire all’infermo i padroni di casa, e di conseguenza in paradiso i suoi connazionali, esplodendo poi in un urlo di incredula e incontrollata gioia.
La sua favola l’aveva già scritta, ma poi ha voluto ridargli una spolveratina infilando la sfera dorata lassù, dove osano le aquile, prendendosi il trono più alto che il Dio del pallone abbia concesso ai suoi sudditi.
Avrete tutti capito di chi sto parlando. Cinque anni fa quell’uomo correva sul prato verde del San Biagio con chissà quanti sogni in testa. Adesso ha realizzato quelli di 60 milioni di persone. E c’ha ricordato anche che nella vita, qualunque sia la strada di provenienza, c’è sempre un modo per realizzare i propri sogni…
Alzala alta, perché oggi è più bello essere italiani… alzala alta, Capitano!...
HURRICAN